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"Storia di Poiana, storie di paese"

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La nonna, in tempo di guerra, vi prendeva anche le rane. Bisognava ingegnarsi molto in quei tempi!

Lei di ingegno ce ne aveva molto, semi-analfabeta, non sapeva leggere e scrivere, infatti al posto della firma apponeva una crocetta, i soldi però aveva imparato a contarli e col marito lontano e i figli piccoli, andava a far legna e cuciva e anche le scarpe di casa riparava. Coraggiosa come quella volta che durante un bombardamento, prese i bambini e scappando per i campi, si infilò ed acquattò dentro ad un fosso, li aveva tirati giù dal letto perché dormivano e mia mamma non aveva fatto in tempo a vestirsi e scappò con addosso solo la camicina.

O quella volta che, arrivati i tedeschi in corte “Bocchi”, dove abitava, questi le chiesero di far loro la polenta, dandole del burro per insaporirla; un soldato poi, si mise a fissarla intensamente, ma per fortuna i suoi commilitoni riuscirono a farlo desistere da chissà quale malevole pensiero aveva in mente. Sempre in corte “Bocchi”, abitava la “Angea Fassio”, piccola e sempre vestita di scuro, lei era la “santoea” di tutti; se c’era bisogno: lei c’era, un consiglio, un aiuto non li faceva mai mancare. Nelle “corti”, tra le famiglie che si dividevano spazi in comune, si creava una certa famigliarità.

Quando poi, per le varie vicende della vita, qualche famiglia se ne andava, si manteneva un legame nel tempo, quasi di parentela.

 

Non erano parenti, ma buoni vicini gli Spollon ed i Damian; rimasto solo il vecchio Damian capitava che avesse bisogno di qualche favore, che certo gli Spollon non negavano. Poteva essere il latte, un po’ di formaggio, a lui poco bastava e comunque durante la giornata, un “occhio” gli veniva sempre dato; viveva in una casa assai modesta, ma in passato la famiglia, una certa agiatezza doveva averla avuta, a giudicare anche dalla tomba di famiglia piuttosto “importante”.

Un tempo nella sua casa viveva ed operava una sarta, presso cui la mia mamma andava a far pratica. Da quelle parti non c’era ancora la corrente elettrica, che vi arrivò in tempi abbastanza recenti, ed allora si cuciva alla luce del lume a petrolio. La poca illuminazione, poteva dar luogo a qualche incoveniente; quando si preparavano le pietanze e la tavola per la cena, qualche insetto finiva immacabilmente nei piatti, la cosa, però non creava particolare fastidio.

Un fastidio poteva darlo, forse, lo scoppio dei petardi che venivano messi sui binardi nelle giornate e nelle notti di nebbia a segnalare l’arrivo del treno. Ora questa pratica è scomparsa, sostituita da moderne tecnologie, ma negli anni addietro, la famiglia Spollon ricavava da questo pericoloso lavoro, un introito per il bilancio famigliare. Era pesante passare le notti nella garrita posta vicino ai binari e scandire il tempo con l’incombenza di questa operazione che doveva essere svolta con scrupolo. Una piccola stufa e la compagnia di qualche giornale e marito e moglie si alternavano in questo compito.

 

Lo suonare nei momenti lieti o tristi è il compito delle campane del nostro campanile; ora lo stanno riparando, la sua croce posta sulla cima stava cedendo. Quante ne ha viste! Ha suonato con toni grevi ai funerali, ha invece allietato i matrimoni e che dire dei bambini annunciati nella loro venuta al mondo. Il tono grave delle campane a martello si è fatto sentire in momenti non lieti, pesanti… ha dato i saluti a persone che si sono succedute nella nostra comunità, tanti volti impressi nella memoria, ognuno con le sue storie. Alcuni hanno lasciato un ricordo più “presente”, altri sono passati quasi senza che ce ne accorgessimo. Passando in rassegna e scrutando con attenzione le vecchie ed ormai consunte lapidi del cimitero, tornano alla memoria frammenti di vita del nostro paese e ci ricordiamo di questo o di quello, dove abitava, che cosa faceva; magari era stato sindaco o semplice contadino, era stato immigrato in America o era venuto a Poiana come profugo, sfollato dai paesi dove la “Grande Guerra” aveva portato desolazione. Parecchie sono le famiglie di Poiana provenienti dall’ “Alto Vicentino” e arrivate nei primi del “900”; Asiago, Caltrano, Brogliano, Valli del Pasubio, la Val dell’Agno, tanto per citare alcune località investite dal ciclone della guerra e lasciate dalle sue genti che hanno trovato nei nostri paesi una nuova opportunità di vita.

 

Anche la nascita della ferrovia “Ostiglia”, era stata salutata come un’opportunità che avrebbe portato giovamento al territorio, ma poi varie circostanze ne hanno decretato la dismissione e l’abbandono; un casello tuttora abitato e lo scheletro del vecchio ponte di ferro, sono le testimonianze ancora presenti a Poiana di questa ferrovia di cui, fino a pochi anni fa, dietro alla chiesa esisteva una parte del suo sedime. Io ricordo i suoi binari che attraversavano la strada e la massicciata che passava dietro al casello; ora non esistendo più tutto ciò, ci rimane la sagoma del ponte meta di passeggiate.

E di racconti da parte dei più anziani… si ricordano dei bombardamenti durante la guerra ed allora il loro pensiero va anche alle ristrettezze patite; c’era chi, avendo una sola mucca per i bisogni famigliari, andava a sfalciare l’erba anche dove era stata tagliata di recente, si raccoglieva tutto pulendo siepi e ogni dove. Mio nonno raccontava che per sfamare i conigli, strappava anche l’erba del ciglio delle strade. Finita la guerra, la vita riprese il suo impulso e si cominciò anche a costruire; ai piedi del cavalcavia della stazione, prese il via una lottizzazione di semplici casette.

Sul retro si teneva il maiale e le galline e pure i conigli; si faceva l’orto e anche la pergola di viti: tutto ciò che serviva all’economia della famiglia. Il rapporto tra vicini era molto forte, come nelle vecchie corti e le famiglie erano in genere numerose: quattro o cinque figli e anche più.

Le case, pur essendo nuove, non avevano il bagno; questo fu una conquista di tempi più recenti. Un altro esempio di buon vicinato era quello che si era creato tra le famiglie abitanti il casello dell’Ostiglia; tutti ferrovieri, ricordiamo: Giovanni, Luciano, Marcello e varie famiglie meridionali che hanno saputo ben integrarsi nella nostra comunità. Il casello in questione, ha nella sua lunga storia, anche un mistero: si è trovato, durante dei lavori, uno scheletro umano di cui però non si è mai saputo niente.

A parte questo, tante voci di bimbi hanno risuonato tra le pareti di questo edificio: la ferrovia non c’è più da tanto tempo, ma il casello è più vivo che mai, le sue mura ci ricordano però che esso fa parte della storia del nostro paese e hanno visto cambiamenti della vita passargli davanti… le auto più veloci, le gonne più corte, le donne meno “vecchie”!

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... fine

 

Note:
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