La memoria ora ci porta a ricordare, tra i tanti volti, quello di Maria “campanara”, moglie del sagrestano; mentre il marito dava la sua opera a favore della chiesa, lei contribuiva al bilancio familiare con un negozietto di merceria situato al pianterreno della casetta dove viveva.
La domenica mattina, le donne uscite dalla “messa”, potevano comperare ciò che serviva per il cucito, qualche paio di calze e la biancheria che serviva per la famiglia; erano facilitate in ciò, per la vicinanza del negozietto alla chiesa. Ora in questa casa, rimmaneggiata, trova posto il “baretto” parrocchiale.
Un altro negozietto, presente in paese, era quello dei “Sali e tabacchi” di Maria “tabacchina”. L’arredo era in legno azzurro e nei suoi cassetti e piccole madie, trovava posto la merce che a quel tempo, veniva venduta sfusa: lo zucchero, il caffé, ecc. C’erano anche i contenitori con le caramelle e le mentine, per confezionare il tutto, veniva adoperata della robusta carta azzurra. Carta questa, che nella versione giallo senape, serviva per incartare la carne della macelleria con annesso negozio alimentare della famiglia Trevellin.
Altro negozio di vecchia data, è quello di calzature della famiglia Bellamio; si era cominciata l’attività con l’esercizio di ciabattino e la timida vendita di qualche scarpa nuova. Il locale all’inizio era molto piccolo ed ingombro, ma gli affari presero la piega giusta e si poté così costruire un negozio più grande con annessa abitazione.
Poiana a quel tempo, si parla di una quarantina d’anni fa, aveva anche un barbiere che veniva settimanalmente a svolgere attività in un piccolo locale situato vicino alla fucina del fabbro; questo locale, non era dotato di acqua e perciò Guido, veniva con il secchio a prenderla da un rubinetto posto nella piccola corte dove abitavo.
E ricordando il fabbro, Amelio si dava un gran daffare per portare avanti la sua numerosa famiglia: ferrava i cavalli (col tempo diventati sempre più rari), stagnava le pentole quando queste col tempo si bucavano, impiantava le pompe per l’acqua quando l’acqua corrente non era ancora molto diffusa e un sacco di altre cose. Una volta sistemò i ferri a un cavallo che trainava un misero carrozzone; lo stesso cavallo aveva un aspetto alquanto malconcio, di certo non mangiava adeguatamente.
Il carrozzone era costituito da un carro con sopra un telone, al suo interno, sopra uno strato di fieno, una nidiata di bambini. La loro madre aveva un aspetto stanco ed invecchiato. Ricordo che mia madre impietosita, preparò una bottiglia di caffelatte, racimolò qualche capo di vestiario e gliele dette. In seguito mi è capitato di vedere altri zingari, ma di così poveri mai!
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Qualche povero c’era anche nel paese. Penso a quella famiglia che viveva nel grande e decadente palazzo “Thiene”, non se la passavano certo bene; poi il comune pensò di assegnar loro una casa e le cose a poco a poco migliorarono.
La gente si guadagnava da vivere sopratutto lavorando la terra, poi la fornace si prendeva molte braccia, anche di ragazze; il lavoro era duro e insalubre e ci si ammalava. Per le ragazze poi, era buona cosa che sapessero cucire, perciò si andava ad imparare a far pratica, da qualche sarta. Col tempo il signor Zordan, aprì nello scantinato di casa, un laboratorio di confezioni e così qualche ragazza trovò lì un lavoro.
Riguardo alla scuola, era abbastanza possedere il diploma di quinta elementare, spesso ci si fermava alla terza, qualcuno poi, fatta frequentare la prima elementare, ritirava il figlio o più frequentemente la figlia, perché servivano braccia in famiglia.
A Poiana, come era in uso a quei tempi, c’era un insegnante unico per tutte le classi: i più anziani ricordano il maestro Broleto che abitava nella scuola stessa, il suo appartamento era dopo l’ultima rampa di scale.
Un ricordo anche per la maestra Danieli, Un’ altra insegnante, di cui non ricordo il cognome, arrivava con la moto e si faceva aiutare dai ragazzi più grandi per farla entrare dentro la scuola dove la parcheggiava nel corridoio. Durante la pausa merenda poi, c’era il rito del caffè o del tè fatti su un fornelletto e poi portati alle varie insegnanti da volenterosi alunni.
E come non ricordare le belle passeggiate fatte per la campagna e poi una volta ritornati in classe, materia per un tema e un bel disegno. Come si avrà capito, erano passati gli anni e nella scuola, ora c’erano più insegnanti, una per classe e in tutto gli alunni erano circa un centinaio. Questi alla domenica mattina, dopo la messa, andavano a catechismo o come si usava a dire: “alla scuola della dottrina cristiana”; a fine anno c’era tanto di pagellina a testimoniare l’apprendimento religioso.
Durante la settimana, c’erano anche le adunanze dell’ “azione cattolica”. Il sabato poi, c’era la raccolta delle uova a favore della chiesa; attività svolta da volenterose ragazze che passavano di casa in casa, chi non aveva uova dava un offerta in denaro. Questa usanza, cominciava in Quaresima e finiva a settembre.
Ricordando la Quaresima di anni ormai lontani, mi viene in mente la consuetudine di coprire, sino alla Pasqua, i crocefissi. Durante la “Settimana Santa”, poi, nella corte delle “Bale” adiacente all’osteria, si portava della sabbia a simulare il “Golgota” e si metteva in scena la sacra rappresentazione della “Passione di Nostro Signore”. Nelle case le donne si davano un gran daffare per dare una bella pulita alla casa con le cosidette “pulizie pasquali” e si preparavano le “fugazze” per il giorno di Pasqua: dolci questi, che a volte erano cotti sul focolare, coperti dalla cenere calda ed avvolti nelle foglie di verza.