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"Storia di Poiana, storie di paese"

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Anche Carmela aveva timore, ma della sua padrona di casa; le pagava l’affitto di poche e modeste stanze, ma questa non perdeva occasione per umiliarla a causa di, sembra, una vecchia storia di “corna”. Carmela era vedova e aveva suscitato “l’interesse” del marito della signora in questione. Le umiliazioni erano finalizzate anche per avere l’appartamentino di Carmela, onde allargare il suo negozietto di merceria. Carmela era povera e sola; dal suo matrimonio non erano nati figli, io ero bimbetta e abitandole vicino, la mia mamma mi mandava a farle compagnia. Lei apprezzava molto e per dimostrarlo, mi donava, privandosene, un’arancia. Poi le nostre strade si divisero, io andai ad abitare altrove; poco dopo Carmela morì, in solitudine, me ne dispiaque molto e rimase nei miei ricordi. Un’altra triste storia di solitudine è stata quella di una donna che abitava in una casupola appena fuori le mura della villa “Bocchi”. Ella era rimasta vedova di un marito autoritario, i suoi figli se ne erano andati tutti, lei viveva della carità dei vicini e se aveva qualche soldino, lo spendeva per comperarsi quella che era diventata la sua “compagna”: la grappa; ella beveva per dimenticare la sua solitudine. Un giorno il parroco di allora (don Cesare Magagnin) pensando di fare cosa buona, si adoperò per farle avere un posto in una casa di riposo; lei acconsentì di mala voglia, sperava di poter continuare a bere, ovviamente non fu così e lei privata del suo “vizio”, poco dopo morì. Gran personaggio questo don Magagnin, una gran figura di sacerdote che è ancora presente nella memoria dei più anziani; viveva con due sorelle che gli facevano da perpetue ed era prodigo di umanità con i suoi parrocchiani arrivando a vendersi la tonaca nuova per poter fare carità ai più bisognosi. E intanto le sue sorelle, brontolando rammendavano la sua solita, vecchia e lisa tonaca. Esso, passando di casa in casa, non disdegnava di bere un bicchiere di vino in compagnia. Quando poi, tornavano in visita al paese persone che avevano emigrato, non mancava di domandar loro notizie su come stavano e si erano sistemati, se continuavano a frequentare la chiesa ed a essere bravi cristiani.

 

Una brava cristiana lo era certamente Mariottina, anche se a modo suo, era infatti ragazza down. Viveva nella vivace ed animata “corte Bocchi” e tutti le volevano bene; la notizia della sua morte, colpì tutti ed arrivò, sembra, improvvisa. Era allegra Mariottina ed in casa si dava da fare. La misero nella cassa vestita di bianco: la sua vita semplice e pura lo meritava!

Dopo di lei vennero Graziella, di cui ricordo la devozione nel fare la Comunione e Marietto (ad oggi tuttora vivente) che amava scorazzare, senza per altro mai toccare i pedali, con la sua bicicletta seguito dalla zia Gilda che aveva un bel daffare a stargli, soprattutto quando faceva le sue incursioni nel vicino bar “da Massimo”.

Anche suo zio “Angelin” frequentava il bar “da Massimo”, anche troppo! Il vino, infatti era diventato troppo presente nella sua vita e sua moglie lo aveva lasciato; il buon don cesare le aveva ricordato, che tra i doveri di una buona moglie, c’era quello di stare accanto al marito “nella buona e nella cattiva sorte”, ma lei non se le sentita e se ne era andata. Nella stessa situazione, si era venuto a trovare “Gigio” Rubin; vagabondava con la sua bicicletta, mendicando un piatto di minestra e da dormire, magari anche tra il fieno in una stalla. Ogni tanto andava a trovare le figlie per un bagno e un cambio di biancheria, invano loro lo pregavano di fermarsi, ma lui riprendeva la sua vita gramigna e libera.

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