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Il nome “Poiana”, in antico, aveva questa denominazione: “Pogliana del Conte dei goti” e nel 1297 figurava tra le cappelle dipendenti dall’antica Pieve di “Santa Maria di Camisano”.
La “Villa di Poianella di Granfion”, apparteneva (come oggi) alla diocesi di Vicenza; il feudo vescovile, dalla famiglia “Da Porto”, passò alla famiglia “Thiene” (siamo nella prima metà del “300”); nel 1704, ai “Thiene”, fu riconfermata l’investitura decimale di “Poiana”. La stessa chiesa parrocchiale, fu voluta dal conte Giacomo Thiene, iniziata nel 1735, fu ultimata dai nipoti Vincenzo e Fernando circa un decennio dopo.
Ampliata ed abbellita nell’“800”, fu consacrata il 30 Agosto 1896.
Si narra che sull’argine del fiume “Ceresone”, vi fosse una torre simile aquella di “Torrerossa”, essa era inglobata in antiche mura.
La potente famiglia “Thiene”, che annovera tra i suoi personaggi più illustri la figura di San Gaetano Thiene (conpatrono della parrocchia assieme a San Martino), trasformarono nella seconda metà del “700”, alcuni campi di “Poiana” in risaie. I resti del loro imponente palazzo, ora cadono in rovina ed è un peccato perché nella storia di quest'antico palazzo, c’è anche il nome del viceré del regno Lombardo - Veneto: “Sua Altezza imperiale il serenissimo principe Ranieri D’Austria”, che nel 1827 acquistava la tenuta “Thiene” di “Poiana di Granfion”. Il diritto di eleggere il parroco, spetterà all’ ”arciduca Ranieri D’Austria” fino al 1881 quando questi decideva di vendere i suoi possedimenti nella provincia di Vicenza, tra cui, quello di “Poiana di Granfion”.
Tra gli ospiti illustri che onorarono “Poiana”, vi fu nel 1923, la figura del Re d’Inghilterra: Giorgio V, fermatosi alla stazione ferroviaria, proveniente da Roma, dove era stato ricevuto dal Re d’Italia: Vittorio Emmanuele III.
Oltre al già citato palazzo “Thiene”, (ora in penosa rovina) citiamo la presenza a “Poiana”, dell’ex Villa “Bocchi”, del mulino e in tempi più recenti, la scuola elementare e la vecchia latteria (prospicente la scuola); da segnalare il passaggio della ferrovia “Ostiglia”, di cui resta il vecchio ponte di ferro.
Il paese fino a qualche decennio fa, vantava una economia prevalentemente agricola, ora ha cambiato volto e le stalle sono poche anche se meglio strutturate per stare al passo coi tempi; c’è stata un’espansione edilizia notevole, mancano però servizi importanti che diano vita al paese.
Per tornare “al come eravamo”, i ricordi vanno alle serate passate nelle stalle a far “filò”: le donne rammendavano o lavoravano ai ferri, le ragazze ricamavano la loro dote, gli uomini riparavano gli attrezzi in attesa della bella stagione e i più giovani si divertivano a corteggiare le ragazze; i bambini giocavano con giocattoli fatti loro dai papà con materiali semplici – poveri. Questi giocatoli potevano essere piccoli animali in legno, bamboline fatte con i cartocci delle pannocchie, ecc. Nella stalla trovavano posto, oltre alle mucche e ai vitelli, anche i buoi ed i cavalli che servivano a trainare gli attrezzi per il lavoro dei campi, esempio: l’aratro, la rastrelliera, ecc.
A lavorare sui campi, si cominciava presto, appena dopo aver governato la stalla; chi aveva poche mucche da latte, portava personalmente (sulla canna della bicicletta) il latte alla latteria, per gli altri, passava regolarmente, mattino e sera il lattaio con il suo camion. Dalla scuola, i bambini potevano vedere, dalla porta lasciata aperta durante la bella stagione, gli uomini che facevano il formaggio.
Negli anni era arrivata anche l’energia elettrica, ricavata dal fiume “Ceresone”; la famiglia titolare di ciò è stata la famiglia “Zaccaria”. Mentre il mulino, se non vado errata, era di preminenza della famiglia “Frison” (Verificare). A Poiana vi era l’uso delle “corti” e cioè la consuetudine di fare le case attorno ad una corte appunto; citiamo la corte dei Bellamio e Scanferla“, la corte della “villa Bocchi”, dove c’erano i “Candian”, i “Rizzetto”, gli Ustillani“…
Anche Poiana ad un certo punto, fu interessata al fenomeno migratorio, infatti molte famiglie, si sparsero per il nord Italia alla ricerca di un benessere, che non sempre si rivelava tale. Molti andarono a lavorare nelle cooperative dell’Emilia Romagna, altri a Varese…
Altri scelsero mete fuori Italia: Australia. Belgio, America, Francia…
A proposito delle famiglie Bellamio e Scanferla, citiamo un episodio che ricorda il dramma di Giulietta e Romeo: dunque i due giovani si amavano, ma le famiglie (Bellamio e Scanferla) misero difficoltà a questo legame ed allora i due innamorati pensarono ad una drastica conclusione. Furono visti andare in chiesa e comunicarsi e poi il giorno dopo, la tragedia! Presero un fucile e sembra che la prima a sparare, uccidendo il suo amore, sia stata la ragazza, per poi rivolgere il fucile verso se stessa e far fuoco, non riuscendo però ad uccidersi subito; fu trovata scomposta, segno che l’agonia fu atroce. Furono sepolti fuori le mura del cimitero, secondo l’usanza del tempo, in quanto suicidi.
Per tornare a cose più allegre, possiamo raccontare di quanta gioventù si trovava a vivere in corte “Bocchi; ci si divertiva anche a spiare il signor Rizzetto, quando nel chiuso della sua stalla, si faceva il bagno. Nel suo portone, infatti, era stato fatto un buco, chiuso poi con un tappo, da cui a turno si sbirciava dentro e sai che risate che si facevano.
Un altro momento di divertimento, era la sagra del santo patrono S. Gaetano, che con S. Martino di Tours si divide la protezione di Poiana. Molti anni fa, essa era ubicata presso l’osteria (ora bar “al Granfion”) della famiglia di Piazza Massimo. Nella sua corte “delle bale”, mettevano i tavolini dove si mangiavano le costicine, c’era anche un complessino che allietava con un po’ di musica, non si ballava allora. Tra i tavoli passava il venditore di “sagra” con il suo cesto dove allineati stavano i croccanti, le spumiglie, i cordoni di liquirizia e qualche pastarella. Se ne poteva vincere qualche pezzo, facendo un giochino con dei numeri che aveva ed agitava in un sacchetto di stoffa.
Davanti al tabacchino, lì vicino, c’era lo “spaccapignate” che faceva molto divertire la gente. Nello spazio dell’incrocio, si posizionavano le giostre ad eccezione delle “catenelle”, che venivano montate nel campo dietro il capitello. In origine, venivano messe addirittura vicino al canale; a questo proposito, un aneddoto racconta di quella volta che una catenella si staccò, facendo finire il malcapitato dentro il “Ceresone”. Sempre nel campo dietro il capitello, (vanto del paese e recentemente restaurato) si posizionava anche il “Palo della Cuccagna” che baldi giovanotti provavano a scalare con l’intento di portarsi a casa i premi in palio. Una passeggiata poi, la si faceva per andare sino all’asilo a “pescare” qualche numero per portarsi a casa gli oggetti messi in bella mostra dalle suore con l’aiuto di qualche volenterosa ragazza.
La “sagra” poi, era una pausa dal duro lavoro che, specie d’estate era piuttosto pesante; chi aveva parecchi campi, aveva della manodopera stagionale, gente che arrivava per fare il fieno, o per la trebbiatura o ancora per “spannocchiare il sorgo” quando questo veniva fatto ancora senza l’aiuto delle macchine.
Ci si aiutava poi, anche molto tra vicini. Vendemmiare era una occasione quasi di festa, c’era allegria e si concludeva spesso con una mangiata gustando la “fugassa con la uva”.
Uno di questi lavoratori era il buon Cesare, io melo ricordo allampanato e già bianco in testa, anche se invecchiando la sua chioma divenne sempre più candida; ora ad esso è legato un curioso e divertente aneddoto: dunque a Cesare piaceva il buon vino e fermarsi in sua compagnia e così si trovò ad avere problemi di salute. Un giorno si decise ed andò dal medico, quando tornò a casa, invece di fermarsi a parlare con Marta sua moglie, che lo aspettava ansiosa di sapere come era andata, salì ed andò in camera, Marta lo sentì armeggiare col cassettone e poi se lo vide davanti e a stento trattenne le risate: Cesare indossava la sua candida camicia da notte e si sedette a tavola apprestandosi a pranzare; a Marta che stupita e incuriosita gli domandava di questa carnevalata, Cesare tutto serio e compito, rispose che il dottore nel congedarsi da lui, gli raccomandò di mangiare “in bianco”, al che, lui obbedì alla lettera.
Un'altra graziosa storiella, è quella che ha per protagonista la signorina Giovannina; essa apparteneva a una famiglia di condizione agiata e poteva permettersi, alla domenica, di sfoggiare sempre nuove “mise”. Era rimasta da maritare, perché era sfumata la sua simpatia per Giovanbattista, che si era fatto prete ed aveva intrapreso la carriera ecclesiastica. Dunque dicevamo, era una fredda domenica d’inverno, il freddo della notte aveva ghiacciato lo strato di neve caduto il giorno prima, ma lei non aveva rinunciato alle sue belle scarpine con il tacco e così scivolò; sentendosi cadere, lo fece con grazia ed un sorriso, accompagnando il tutto con questa frase: “Casco, ma la terra mi sostien, perché son bella!”.
Per tornare alla vendemmia, i vigneti erano certamente diversi da come li vediamo oggi; i filari delle viti, erano frammentati da alberi da frutto e poi c’erano i “casotti” per le chiocce che lì, si ricoveravano durante il giorno coi pulcini. Per svezzare i pulcini e gli anatroccoli, non c’era il mangime, ma la nonna preparava per loro un impasto fatto tagliuzzando con un vecchio coltello delle foglie di tarassaco (bissacan) o dell’ortica (per far questo, usava dei vecchi guanti di lana) impastate con della farina da polenta o una, macinata più grossolanamente, chiamata “farinasso” che serviva per i maiali e anche per le mucche; si aggiungeva un po’ d’acqua e i pulcini ne erano ghiotti. Una volta cresciuti, si dava loro i grani di sorgo, la sera poi si richiamava tutto il pollame a dimora per la notte. Le galline da uovo invece, erano rinchiuse con i galli o meglio, con il gallo perché doveva essercene uno solo nel pollaio. Io mi ricordo di un bel pollaio posto dietro alla casa, con al centro un grande albero da pero dai numerosi, piccoli e dolci frutti e tutto attorno alla rete del recinto, c’erano numerose piante di “cren”, che spiccavano per il verde scuro brillante delle loro foglie. In questo pollaio, due galli si contendevano il dominio, uno chiaro; più imponente sembrava aver la meglio su l’altro più piccolo, rosso e nervoso. C’era poi, all’interno della casa, una stanza dove venivano poste a covare le chiocce, volenti o nolenti; quando c’erano tante uova da covare e le chiocce erano poche, si prendevano ignare galline e con bocconi di pane imbevuti nel vino, le si ubriacavano costringendole alla cova. E che dire della ruota che facevano i tacchini, incutevano timore, tanto diventavano imponenti. |